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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MARINI Lionello - Presidente -

Dott. CAMPANATO Graziana - Consigliere -

Dott. LICARI Carlo - Consigliere -

Dott. AMENDOLA Adelaide - Consigliere -

Dott. PICCIALLI Patrizia - Consigliere -

 

ha pronunciato la seguente:

 

sentenza

 

sul ricorso proposto da: C.T.G. n. a (OMISSIS);

avverso la sentenza della Corte di appello di Torino in data 30 ottobre 2006 in ordine al reato di cui all'art. 589 c.p.;

udito il Procuratore generale, nella persona del sost. proc. gen. Dott. Mario Iannelli che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito il difensore Dario Piccioni del Foro di Roma in sostituzione degli avv.ti Alberto Mittone e Vittorio Nizza, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.

 

FATTO E DIRITTO

C.T.G., nella qualità di amministratore delegato di Liri Industriale s.r.l., è stato ritenuto responsabile, per colpa generica e specifica, di un infortunio sul lavoro occorso al lavoratore S.S., il quale, impiegato come responsabile dell'ufficio acquisti, mentre si trovava nella zona tetti dello stabilimento di Nichelino al fine di ottenere i preventivi per l'affidamento di opere di manutenzione, calpestava una lastra in materiale plastico trasparente (necessaria per dare luce al sottostante reparto) che cedeva sotto il suo peso, riportando lesioni mortali.

La responsabilità dell'imputato veniva ravvisata sotto il profilo della omessa formazione-informazione dei lavoratori addetti all'accesso dei tetti e della omessa adozione di idonei dispositivi di sicurezza atti a prevenire i pericoli di caduta dall'alto.

La sentenza di appello, nel confermare in tota l'impostazione della sentenza di primo grado, escludeva la sussistenza di un comportamento abnorme del lavoratore in grado di interrompere il nesso di causalità con la condotta omissiva del C..

Ricorre per cassazione il C. articolando due motivi.

Con il primo sostiene che doveva riconoscersi l'abnormità del comportamento imprudente del lavoratore e, per l'effetto, escludere l'addebito di responsabilità a carico del prevenuto.

Si sostiene, in proposito, che lo S. effettuò un sopralluogo al di fuori delle sue incombenze decidendo autonomamente e senza la specifica autorizzazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione di recarsi sul tetto per accompagnare il nuovo manutentore del tetto, senza avvalersi della collaudata esperienza dell'operaio addetto alla manutenzione generale presso la Liri sin dal 1978. La stessa sentenza di merito aveva evidenziato l'estraneità dell'accesso al tetto rispetto alle normali mansioni svolte dallo S., confermata dalle prove testimoniali in atti.

Si sostiene, inoltre, che il comportamento dello S., oltre che imprevedibile, non era prevenibile, per la peculiare posizione rivestita dal lavoratore all'interno della Liri (membro del consiglio di amministrazione della società, inserito nel Comitato di direzione della Liri, oltre che responsabile dell'ufficio acquisti), che gli conferiva una posizione di sovraordinazione rispetto agli altri lavoratori. La Corte di merito non avrebbe inoltre riconosciuto l'imprudenza del comportamento del lavoratore durante il sopralluogo, provata dalla iniziale esitazione dimostrata dallo stesso S. nel seguire i due accompagnatori sul tetto, caratterizzato da zone in cemento e da altre in vetroresina.

Con il secondo sostiene l'errore applicazione della legge penale e la manifesta illogicità della motivazione con riferimento al rigetto della richiesta di sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria, sul rilievo che l'infortunio era stato determinato dall'anomalo ed eccezionale comportamento dello S..

Il ricorso non merita accoglimento, siccome infondato.

Va ricordato, in premessa, che il "nuovo" art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, stabilisce che il ricorso per cassazione può essere proposto per "mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione", quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato ovvero da altri "atti del processo" specificamente indicati nei motivi di gravame".

Anche alla luce del nuovo testo dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), non è però tuttora consentito alla Corte di Cassazione di procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito.

La previsione secondo cui il vizio della motivazione può risultare, oltre che dal "testo" del provvedimento impugnato, anche da "altri atti del processo", purchè specificamente indicati nei motivi di gravame, non ha infatti trasformato il ruolo e i compiti del giudice di legittimità, il quale è tuttora giudice della motivazione, senza essersi trasformato in un ennesimo giudice del fatto.

In questa prospettiva, non è tuttora consentito alla Corte di cassazione di procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito.

Infatti, allorchè si deduca il vizio di motivazione risultante dagli "atti del processo", non è sufficiente che detti atti siano semplicemente "contrastanti" con particolari accertamenti e valutazioni del giudicante o con la sua ricostruzione complessiva e finale dei fatti e delle responsabilità nè che siano astrattamente idonei a fornire una ricostruzione più persuasiva di quella fatta propria dal giudice. Occorre, invece, che gli "atti del processo" su cui fa leva il ricorrente per sostenere la sussistenza di un vizio della motivazione siano autonomamente dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l'intero ragionamento svolto dal giudicante e determini al suo interno radicali incompatibilità così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione. Pertanto, il giudice di legittimità è chiamato a svolgere un controllo sulla persistenza o meno di una motivazione effettiva, non manifestamente illogica ed internamente coerente, a seguito delle deduzioni del ricorrente concernente "atti del processo". Tale controllo è destinato a tradursi in una valutazione, di carattere necessariamente unitario e globale, sulla reale "esistenza" della motivazione e sulla permanenza della "resistenza" logica del ragionamento del giudice.

Mentre resta precluso al giudice di legittimità, in sede di controllo sulla motivazione, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice di merito, perchè ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa: operazioni, queste, che trasformerebbero la corte di legittimità nell'ennesimo giudice del fatto (di recente, Sezione 1^, 10 luglio 2007, Brusca ed altri).

Ciò premesso, deve apprezzarsi l'infondatezza del ricorso.

La prima questione da trattare, in ordine logico, è quella attinente alla individuazione della posizione della vittima dell'infortunio nella struttura organizzativa della società: in particolare, se lo S. fosse legato alla stessa da un rapporto di dipendenza, in quanto tale destinatario della tutela apprestata dalla normativa antinfortunistica, come ritenuto dai giudici di merito, ovvero esercitasse una funzione dirigenziale, in funzione della quale egli stesso doveva considerarsi titolare e garante degli obblighi di sicurezza, come, invece, sostiene la difesa del ricorrente.

Sul punto, è condivisibile, in quanto congruamente motivata con riferimento agli elementi di fatto emergenti dagli atti e conforme ai principi di diritto vigenti in materia, la tesi affermata dai giudici di merito, che hanno affermato come dipendente il rapporto di lavoro che legava lo S. alla società nel cui organigramma il medesimo era inserito, quale responsabile dell'ufficio acquisti.

Tale qualifica conferiva al suddetto compiti direttivi con riferimento allo specifico settore cui era preposto ma non incidenti sull'assetto organizzativo aziendale nel suo complesso e, quindi, come osservato dalla Corte di merito, non svincolato da dipendenza gerarchica.

Nè vale a modificare la natura del rapporto di lavoro subordinato tra la società e lo S., la peculiare posizione della vittima in sede al consiglio di amministrazione della società conseguente al suo rapporto di parentela con il detentore del pacchetto azionario di maggioranza. In proposito la decisione impugnata è in linea con la giurisprudenza costante di legittimità (v. ex pluribus, Sez. 4^, 23 marzo 2000, Capinera ed altro) secondo la quale la figura di dirigente presuppone l'esistenza di comportamenti ricorrenti, costanti e specifici dai quali desumersi l'effettivo esercizio di funzioni dirigenziali, come tali riconosciute in ambito aziendale, anche nel campo della sicurezza del lavoro con poteri decisionali al riguardo. La sussistenza di tali presupposti nel caso in esame è stata, invece, esclusa dai giudici di merito, che hanno logicamente argomentato che nessuna fonte ha indicato condotte dello S., tali da consentire di individuare una indiscussa ingerenza del medesimo nello specifico settore della organizzazione del lavoro e della sua sicurezza.

Inaccoglibile è anche la doglianza articolata sulla pretesa abnormità del comportamento del lavoratore.

Il ricorrente dimentica di considerare che, poichè le norme di prevenzione antinfortunistica mirano a tutelare il lavoratore anche in ordine ad incidenti che possano derivare da sua negligenza, imprudenza ed imperizia, la responsabilità del datore di lavoro e, in generale, del destinatario dell'obbligo di adottare le misure di prevenzione può essere esclusa, per causa sopravvenuta, solo in presenza di un comportamento del lavoratore che presenti i caratteri dell'eccezionalità, dell'abnormità, dell'esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle precise direttive organizzative ricevute, che sia del tutto imprevedibile o inopinabile. Peraltro, in ogni caso, nell'ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall'assenza o inidoneità delle misure di prevenzione, nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento del lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all'evento, quando questo sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio di siffatto comportamento (Cass., Sez. 4^, 16 novembre 2006, Perin).

Partendo da queste premesse indiscutibili in diritto, deve ritenersi corretta la decisione del giudice di merito che, con ricostruzione dei fatti e analisi convincente, ha escluso che la condotta del lavoratore avesse integrato alcunchè di esorbitante o di imprevedibile, tale da poter rilevare ai fini dell'interruzione del nesso causale.

Non è, infatti, validamente sostenibile da parte del ricorrente che il sopralluogo sui tetti effettuato di persona dal direttore dell'ufficio acquisti in vista dell'intervento di manutenzione sul tetto a causa delle infiltrazioni di acqua piovana configuri condotta estranea o anomala rispetto alle mansioni svolte dallo S., essendo, all'evidenza, resosi necessario ai fini della valutazione delle esigenze di spese e di congruità del preventivo.

La decisione dei giudici di merito è in linea con la giurisprudenza di questa Corte in materia di responsabilità colposa del datore di lavoro, nella parte in cui, sempre con argomentazioni qui incensurabili e giuridicamente corrette, riconduce l'eziologia dell'incidente alle inosservanze colpose ascritte all'imputato (in particolare, aver consentito l'accesso al tetto senza la presenza di opere provvisionali, senza la individuazione nel piano di valutazione dei rischi delle misure di prevenzione da adottare in caso di lavori da effettuare sul tetto ed essendo venuto meno all'obbligo di informazione nei confronti del dipendente sulla specifica pericolosità del luogo di lavoro).

Infondato è anche il secondo motivo, involgendo una censura di merito sull'esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito laddove il giudice, apprezzando gli elementi indicati nell'art. 133 c.p. ed esprimendo un giudizio di gravità dell'azione e della colpa, congruamente motivato, ha ritenuto, nell'esercizio del potere discrezionale conferitogli dalla legge, di negare la sostituzione della pena detentiva.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 gennaio 2008.

Depositato in Cancelleria il 3 aprile 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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