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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 
SEZIONE QUARTA PENALE 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: 
Dott. MORGIGNI Antonio - Presidente - 
Dott. MARINI Lionello - Consigliere - 
Dott. ROMIS Vincenz - rel. Consigliere - 
Dott. D'ISA Claudio - Consigliere - 
Dott. BLAIOTTA Rocco Marco - Consigliere - 
ha pronunciato la seguente: 

sentenza 

sul ricorso proposto da: 
1) M.S., N. IL (OMISSIS); 
2) M.G., N. IL (OMISSIS); 
avverso SENTENZA del 07/05/2007 CORTE APPELLO di FIRENZE; 
visti gli atti, la sentenza ed il ricorso; 
udita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere Dott. ROMIS VINCENZO; 
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Angelo Di Popolo che ha concluso per il rigetto dei ricorsi; 
Udito, per la parte civile, l'Avv. Fabiani Vieri Enrico che ha concluso per l'inammissibilità o rigetto del ricorso; 
udito il difensore Avv. Tadolenci Sassolini Giuseppe che ha concluso per l'accoglimento del ricorso. 

Fatto 


In data (OMISSIS), M.G., dipendente della s.a.s. Bitumstrade, di cui M.M. era socio accomandatario ed il figlio S. responsabile del Servizio Protezione e Prevenzione, era al lavoro su un terreno di proprietà di G.A. per eseguire, su richiesta di quest'ultimo e con un macchinario della ditta, uno scavo per la realizzazione di un pozzo.

Nel corso delle operazioni, si calava nella buca D.I.R. (amico del G., presente sul posto) ma il terreno franava seppellendo il medesimo che in conseguenza di ciò decedeva.
Promossa azione penale, si procedeva per il delitto di omicidio colposo a carico del M.G., del G. (successivamente deceduto, con conseguente declaratoria di estinzione del reato nei suoi confronti) e dei due M..

A questi ultimi veniva addebitato di aver omesso di effettuare un'adeguata valutazione del rischio connesso all'esecuzione dei lavori "de quibus" e quindi di aver omesso di individuare la corretta metodologia di scavo e di fare applicare le misure necessarie ad evitare il rischio di frana o di crollo del terreno, non impartendo al M.G.. le necessarie istruzioni perchè i lavori fossero eseguiti in conformità di quanto previsto dal D.P.R. n. 164 del 1956, artt. 12, 13 e 77; al M. G. veniva contestato di avere iniziato e continuato i lavori senza applicare le armature necessarie ad evitare il franamento del terreno, e di avere impropriamente utilizzato, per la posa degli anelli in cemento in fondo allo scavo, un macchinario inadeguato.

Per come si rileva dalla formulazione del capo di imputazione, agli imputati risultavano contestati anche profili di colpa generica con riferimento a connotazioni di imprudenza, negligenza ed imperizia.
All'esito del giudizio di primo grado, il Tribunale di Firenze affermava la colpevolezza dei due M. e del M.G. per il delitto di omicidio colposo - M.M. anche per le contravvenzioni contestategli - condannandoli alle rispettive pene ritenute di giustizia, previo riconoscimento delle attenuanti generiche con valutazione di equivalenza rispetto all'aggravante della violazione della normativa antinfortunistica, oltre al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separato giudizio.
La sentenza era appellata dagli imputati, i quali, per la parte che in questa sede rileva, sollecitavano pronuncia assolutoria, muovendo innanzi tutto dal presupposto che M.S., quale responsabile e direttore tecnico della Bitumstrade, aveva noleggiato al G. una macchina per movimentazione terra con operatore, senza che gli fosse stata indicata la natura dei lavori da effettuare, lavori che avrebbero dovuto essere eseguiti in economia e secondo le direttive e responsabilità del committente; tra le parti, secondo la tesi difensiva, sarebbe stato stipulato un contratto c.d. di "nolo a caldo": di tal che, tutte le esigenze operative per l'esecuzione del lavoro, diverse dalla macchina, sarebbero state soddisfatte dal committente che eseguiva in proprio l'opera, e, in caso di infortunio, il proprietario-noleggiatore sarebbe stato chiamato a risponderne solo se l'infortunio stesso avesse trovato causa nel funzionamento e nelle deficienze antinfortunistiche della macchina.
La Corte d'Appello di Firenze confermava l'affermazione di colpevolezza nei confronti di M.S. e di M. G., riducendo tuttavia la pena previa valutazione di prevalenza delle attenuanti generiche; la Corte distrettuale pronunciava invece sentenza di assoluzione nei confronti di M.M., in ordine a tutti i reati allo stesso ascritti, con la formula "per non aver commesso il fatto", essendo risultata la sua estraneità alla vicenda per non essere stato in alcun modo informato del lavoro da svolgere sul terreno del G..
La Corte stessa disattendeva le argomentazioni difensive sulla base di rilievi che possono così riassumersi:

a) il M.G. era stato avvertito dal geom. F. (della Bitumstrade) che avrebbe dovuto scavare una buca per realizzare un pozzo ad anelli;

b) il F. aveva appreso certamente dal M.S. la natura dei lavori da svolgere, posto che il M. stesso era stato l'unico con il quale aveva parlato il genero del G.;

c) doveva quindi ritenersi accertato che il M.S. fosse a conoscenza della natura dei lavori da eseguire, con riferimento ai quali avrebbe dovuto quindi inviare al G. una macchina adeguata ed un operatore competente e preparato;

d) la macchina inviata per il lavoro non era invece idonea per quel tipo di scavo (come rilevato dai tecnici della ASL) ed il M.G. era un autista senza alcuna esperienza di scavi, avendo al più effettuato lavori di scavo se non per qualche buca di un metro, un metro e mezzo;

e) alcuna indicazione era stata fornita circa le modalità da seguire per il lavoro e le misure di protezione da adottare;

f) apparivano poi del tutto condivisibili anche le ulteriori considerazioni svolte dal primo giudice, in via di principio generale, circa l'obbligo del noleggiatore di assicurarsi comunque che i lavori effettuati dai propri dipendenti si svolgano in condizioni di sicurezza per gli stessi e per i terzi;

g) quanto alla consapevolezza della natura dei lavori da eseguire presso la proprietà del G., il M.G., confermando quanto riferito agli operatori della ASL nell'immediatezza del fatto, aveva dichiarato, nel corso del giudizio di primo grado, di essere stato preavvertito dal geom. F. che avrebbe dovuto "fare una buca e calare degli anelli", e M. S. era stato l'unico della Bitumstrade con il quale il genero del G. aveva parlato);

h) il M.S. era il responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione della Bitumstrade e l'effettuazione di scavi rientrava in una tipologia espressamente contemplata nel Piano di sicurezza della società. Quanto alla condotta della vittima, ritenuta dalla difesa imprevedibile, la Corte Territoriale precisava quanto segue:

a) il mancato rispetto delle previsioni del D.P.R. n. 164 del 1956, aveva creato una situazione di pericolo anche per coloro che necessariamente operavano sul bordo dello scavo o vi si recavano per controllarne l'andamento: proprio come il D.I., amico del G. che assisteva con lui alle operazioni;

b) la possibilità che qualcuno potesse scendere all'interno dello scavo non poteva essere esclusa, avuto riguardo alle modalità di posizionamento degli anelli: lo stesso M.G. aveva avuto necessità di calarsi nella prima buca per proseguire lo scavo ancor più in profondità.
Ad avviso del giudice di secondo grado, macroscopica appariva poi la colpevolezza del M.G., per aver questi, in palese violazione del D.P.R. n. 164 del 1956, art. 13, effettuato lo scavo senza adottare alcuna misura di sicurezza, a nulla rilevando che egli non rivestisse la qualifica di preposto; nè poteva dirsi che egli non avesse alcuna autonomia decisionale, posto che il G., pensionato e privo di qualsiasi competenza in materia di movimento terra e scavi, non gli aveva dato alcuna indicazione circa le modalità di effettuazione dello scavo; comunque il M.G. aveva violato anche "gli ordinari precetti di diligenza e perizia essendo evidente l'assoluta pericolosità di uno scavo con quelle caratteristiche" (così testualmente a pag. 6 della sentenza d'appello).
Ricorrono per Cassazione M.S. e M.G., tramite il difensore e con unico atto, deducendo vizio motivazionale e violazione di legge con argomentazioni finalizzate a suffragare quelle doglianze e quelle tesi sottoposte al vaglio della Corte Territoriale, innanzi ricordate, e dalla Corte medesima respinte.
In particolare, il M. sostiene che la Corte distrettuale sarebbe incorsa in errore di impostazione, con conseguente vizio di motivazione anche in ordine alle valutazioni probatorie, posto che avrebbe considerato la fattispecie inquadrabile nello schema di un appalto d'opera e non in quello di un contratto di "nolo a caldo":
con riferimento ad un rapporto contrattuale corrispondente a tale ultima figura, il M. era chiamato a rispondere, per un verso, delle condizioni della macchina, e, per altro verso, della formazione del lavoratore al fine di garantire, nell'espletamento dell'attività lavorativa, la capacità del lavoratore stesso e, conseguentemente, la sua sicurezza.
Il M.G., dal canto suo, deduce che sarebbero stati ipotizzati a suo carico doveri ed obblighi propri del datore di lavoro, essendo stato chiamato a rispondere dell'uso di una macchina, ritenuta inadeguata, che a lui era stata affidata dal suo datore di lavoro.

I ricorrenti sostengono infine che l'evento sarebbe avvenuto in conseguenza della condotta anomala ed assolutamente imprevedibile della vittima.


Diritto 


I ricorsi devono essere rigettati per le ragioni di seguito indicate.
Il M. ( S.) ha incentrato la propria tesi difensiva sulla qualificazione giuridica del contratto intercorso con il G., sostenendo che si tratterebbe di un rapporto da inquadrare nello schema del contratto di "nolo a caldo"; di tal che, ad avviso del ricorrente, la sua posizione di garanzia avrebbe comportato il solo obbligo di assicurare le condizioni di sicurezza in relazione alle caratteristiche tecniche della macchina escavatrice.
Trattasi di assunto infondato. 
Ed invero, a prescindere dalla natura del contratto stipulato tra il M. ed il G. - "nolo a caldo", come sostenuto dalla difesa, o appalto d'opera - i giudici del merito hanno ritenuto, con accertamento in punto di fatto insindacabile in questa sede perchè rigorosamente ancorato a specifiche risultanze probatorie (esplicitamente richiamate, come in precedenza ricordato nella parte relativa allo "svolgimento del processo"), che il M. doveva ben sapere a quale uso era destinato il macchinario richiestogli.

Avendo il G. precisato l'oggetto della prestazione richiesta, l'onere di assicurare il correlativo adempimento in situazione di sicurezza ed in regime di garanzia anche in relazione all'eventuale interferenza di terzi estranei, spettava al M. ( S.), quale noleggiatore, ed al M.G. quale operatore. 
D'altra parte quanto affermato dalla Corte territoriale risponde pienamente anche a criteri di logica: non è infatti concepibile che il G. avesse chiesto al M. di mandargli una macchina "sic et simpliciter" senza alcuna indicazione circa il lavoro da svolgere.

Di tal che appare evidente la colpa del M., anche a voler considerare il contratto come "nolo a caldo", avendo egli posto a disposizione del G. un macchinario ed un autista rivelatisi inidonei, al punto che l'incidente si verificò proprio perchè il D.I., presente sul posto di lavoro presumibilmente anche per coadiuvare il G. di cui era amico, si calò nello scavo, peraltro eseguito senza la predisposizione di alcuna armatura (in violazione di quanto stabilito dal D.P.R. n. 164 del 1956, art. 13), dopo che in precedenza vi era sceso lo stesso M.G.: dal punto di vista civilistico ci si troverebbe in presenza di un evidente inadempimento contrattuale da parte del M..
La colpa del M. trova quindi fondamento nella palese violazione delle disposizioni di legge indicate nella contestazione dell'addebito: il M., tra l'altro, era il responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione della Bitumstrade, e l'effettuazione di scavi rientrava in una tipologia espressamente contemplata nel Piano di sicurezza della società.
Parimenti fuori discussione è la colpevolezza del M.G., per aver questi violato il D.P.R. n. 164 del 1956, art. 13, procedendo ad uno scavo senza predisporre le previste armature atte a prevenire il pericolo di frana e senza approntare sistemi di protezione dello scavo idonei ad evitare che persone presenti sul posto vi si potessero calare; nè il M.G. potrebbe addurre a propria discolpa l'inesperienza in lavori del genere, e la mancanza di informazioni, avendo egli stesso precisato di aver comunque effettuato in precedenza qualche buca, sia pure di ridotte dimensioni, e non potendo egli non percepire, durante l'esecuzione del lavoro, il concreto pericolo derivante dalle seguenti circostanze di fatto:

a) uso di una macchina rivelatasi, nel corso delle operazioni, inadeguata;

b) mancanza di armature nello scavo;

c) assenza di qualsiasi forma di protezione che impedisse l'accesso allo scavo;

d) presenza di persone nelle immediate vicinanze dello scavo stesso.
Nè può condividersi l'assunto difensivo del M.G. secondo cui questi - in quanto "semplice lavoratore subordinato operatore di macchine per la movimentazione terra" (come precisato nel ricorso) - sarebbe esente da responsabilità non potendo rispondere delle eventuali omissioni e violazioni normative riconducibili al M. (pag. 5 del ricorso).
La colpevolezza del M.G. appare, infatti, inequivocabilmente ancorata alla violazione di specifiche disposizioni di legge.

Ed invero va ricordato che in forza del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 6, i lavoratori devono "segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o ai preposti le deficienze dei dispositivi e dei mezzi di sicurezza e di protezione, nonchè le altre eventuali condizioni di pericolo di cui venissero a conoscenza, adoperandosi direttamente, in caso di urgenza e nell'ambito delle loro competenze e possibilità, per eliminare o ridurre dette deficienze o pericoli"; orbene, il M.G., dopo avere iniziato le operazioni di scavo senza la predisposizione delle armature necessarie per evitare il pericolo di frana del terreno, e ciò (come già prima ricordato) in violazione del D.P.R. n. 164 del 1956, art. 13, proseguì nel lavoro nonostante la evidente inidoneità della macchina escavatrice (come poi accertato anche dalla ASL), mentre avrebbe ben potuto (e dovuto, proprio in forza del citato D.P.R. n. 547 del 1956, art. 6) sospendere il lavoro (cfr., in proposito, Sez. 4, n. 1861 del 10/06/1969, dep. 30/08/1969, Rv. 112804, imp. Fiatti, secondo cui il D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 6, nel sancire i doveri dei lavoratori, "impone loro l'obbligo non solo di segnalare immediatamente al datore di lavoro o ai suoi preposti le deficienze dei dispositivi e dei mezzi di sicurezza e di protezione, nonchè le altre condizioni di pericolo di cui venissero a conoscenza, ma anche di adoperarsi direttamente, nell'ambito delle loro competenze e possibilità, per eliminare o ridurre dette deficienze o pericoli".
Specifica fonte normativa della responsabilità (anche) del lavoratore è ravvisabile nel D.P.R. n. 164 del 1956, art. 3, secondo cui all'osservanza delle norme del decreto stesso "sono tenuti coloro che esercitano le attività indicate nell'art. 1, e, per quanto loro spetti e competa, i dirigenti, i preposti ed i lavoratori in conformità al D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, artt. 4, 5 e 6".
Infondata è la doglianza, comune ad entrambi i ricorrenti, circa l'asserita imprevedibilità ed abnormità della condotta della vittima.
Sarebbe già sufficiente evidenziare che lo stesso M.G., già prima del D.I., aveva avuto necessità di calarsi nella prima buca per proseguire il lavoro più in profondità.
Ma vi è di più.

E' stato infatti enunciato, e più volte ribadito, da questa Corte il seguente principio di diritto: "In materia di prevenzione infortuni, ilD.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 1, espressamente richiamato dal D.P.R. 7 gennaio 1956 n. 164, capo 1, allorquando parla di "lavoratori subordinati e ad essi equiparati" non intende individuare in costoro i soli beneficiari della normativa antinfortunistica, ma ha la finalità di definire l'ambito di applicazione di detta normativa, ossia di stabilire in via generale quali siano le attività assoggettate all'osservanza di essa, salvo, poi, nel successivo art. 2, escluderne talune in ragione del loro oggetto, perchè disciplinate da appositi provvedimenti. 
Pertanto, qualora sia accertato che ad una determinata attività siano addetti lavoratori subordinati o soggetti a questi equiparati, dello stesso D.P.R. n. 547 del 1955, ex art. 3, comma 2, non occorre altro per ritenere obbligato chi esercita, dirige o sovrintende all'attività medesima ad attuare le misure di sicurezza previste dal citato D.P.R. n. 547 del 1955 e citato D.P.R. n. 164 del 1956; obbligo che prescinde completamente dalla individuazione di coloro nei cui confronti si rivolge la tutela approntata dal legislatore.

Ne consegue che, ove un infortunio si verifichi per inosservanza degli obblighi di sicurezza normativamente imposti, tale inosservanza non potrà non far carico, a titolo di colpa specifica, ex art. 43 cod. pen., e, quindi, di circostanza aggravante ex art. 589 c.p., comma 2 e art. 590 c.p., comma 3, su chi detti obblighi avrebbe dovuto rispettare, poco importando che ad infortunarsi sia stato un lavoratore subordinato, un soggetto a questi equiparato o, addirittura, una persona estranea all'ambito imprenditoriale, purchè sia ravvisabile il nesso causale con l'accertata violazione" (in termini, Sez. 4, n. 2383 del 10/11/2005 - dep. 20/01/2006 - Rv.232916, imp. Losappio ed altri). 
In senso conforme si è espressa ancora la Sez. 4, con la Sentenza n. 11360 del 10/11/2005 - dep. 31/03/2006 - Rv. 233662, P.M. in proc. Sartori ed altri, secondo cui "in tema di lesioni e di omicidio colposi, perchè possa ravvisarsi l'ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, è sufficiente che sussista tra siffatta violazione e l'evento dannoso un legame causale, il quale non può ritenersi escluso solo perchè il soggetto colpito da tale evento non sia un lavoratore dipendente (o soggetto equiparato) dell'impresa obbligata al rispetto di dette norme, ma ricorre tutte le volte che il fatto sia ricollegabile alla inosservanza delle norme stesse secondo i principi dettati dagli artt. 40 e 41 cod. pen..

Ne consegue che deve ravvisarsi l'aggravante di cui all'art. 589 c.p., comma 2 e art. 590 c.p., comma 3, nonchè il requisito della perseguibilità d'ufficio delle lesioni gravi e gravissime, ex art. 590 c.p.c, u.c., anche nel caso di soggetto passivo estraneo all'attività ed all'ambiente di lavoro, purchè la presenza di tale soggetto nel luogo e nel momento dell'infortunio non abbia tali caratteri di anormalità, atipicità ed eccezionalità da far ritenere interrotto il nesso eziologico tra l'evento e la condotta inosservante e purchè, ovviamente, la norma violata miri a prevenire incidenti come quello in effetti verificatosi".
Al rigetto dei ricorsi segue la condanna dei ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese processuali. 
I ricorrenti devono essere altresì condannati, in solido, al pagamento delle spese sostenute dalle parti civili - C.C., O.C. e D.I.D. - in questo grado di giudizio che si liquidano in complessivi Euro 4.226,87, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge.


P.Q.M. 


Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento, in solido, delle spese processuali e di quelle in favore delle parti civili C.C. in proprio e nella qualità, O. C., D.I.R., e liquida le stesse in Euro 4.226,87 oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge.
Così deciso in Roma, il 14 ottobre 2008.
Depositato in Cancelleria il 16 gennaio 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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