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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPADIA     Umberto     -  Presidente   -

Dott. DE MAIO     Guido       -  Consigliere  -

Dott. MANCINI     Franco      -  Consigliere  -

Dott. TERESI      Alfred -  rel. Consigliere  -

Dott. IANNIELLO   Antonio     -  Consigliere  -

 

ha pronunciato la seguente:

 

sentenza

 

sul ricorso proposto da: I.E., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

avverso  la  sentenza pronunciata dal Tribunale  di  Napoli  in  data 22/03/2005 con cui è stato condannato alla pena dell'ammenda  per  i reati di cui al D.P.R. n. 303 del 1956, art. 11, comma 4, art. 15, 40 e 58 e D.P.R. n. 547 del 1955, art. 374;

Visti gli atti, la sentenza denunziata e il ricorso;

Udita  in Pubblica udienza la relazione del Consigliere Dott. Alfredo Teresi;

Sentito il P.M. nella persona del P.G. Dott. Passacantando Guglielmo, il quale ha chiesto il rigetto del ricorso;

Sentito  il  difensore del ricorrente, avv. Siniscalchi Vincenzo,  il quale ha chiesto l'accoglimento del ricorso.

 

OSSERVA

Con sentenza 22/03/2005 il Tribunale di Napoli condannava I. E. alla pena dell'ammenda per avere, quale legale rappresentante dell'Azienda ospedaliera (OMISSIS), destinato ai lavoratori addetti all'autoparco locali privi di difesa contro le temperature; non sottoposti a pulizia penodica; in precarie condizioni d'igiene; privi di spogliatoi ed armadi, nonché in carenti condizioni di manutenzione in relazione alle condizioni ed alle necessità della sicurezza del lavoro.

Proponeva ricorso per Cassazione l'imputato denunciando violazione di legge; mancanza e contraddittorietà della motivazione perché egli, quale direttore generale di una delle aziende ospedaliere più grandi d'Italia, era stato ritenuto colpevole soltanto sulla base della testimonianza dell'ispettore M.M. funzionario dell'A.S.L., addetto al Dipartimento di prevenzione, servizio igiene e medicina del lavoro, il quale aveva dichiarato che il direttore generale, in materia d'igiene del lavoro, non aveva mai delegato altri dirigenti e che, comportando l'osservanza delle norme sulla salute dei lavoratori impegni di spesa, lo stesso era l'unico dirigente tenuto a rispondere delle violazioni.

Competeva, invece, all'ispettore l'esame dell'atto aziendale al fine di accertare quale fosse la ripartizione dei ruoli e delle responsabilità.

Inoltre, nella specie, interlocutore dell'ispettore era stato il direttore sanitario dell'azienda al quale era stata accordata una proroga di 30 giorni per l'adempimento delle prescrizioni.

Il ricorrente denunciava, inoltre, violazione di legge per avere il Giudice utilizzato la testimonianza de relato del M. il quale aveva dichiarato di avere appreso dal dirigente C. quali fossero i locati effettivamente frequentati dai dipendenti in luogo di quelli inizialmente individuati dal P.M.; nonché vizio di motivazione in ordine alla sussistenza delle violazioni considerati sia l'affermazione del teste M., secondo cui i locali erano dotati d'impianto di riscaldamento sia la temporaneità del loro uso.

Chiedeva l'annullamento della sentenza.

Va, anzitutto, rilevato che, in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, il D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, che ha dato attuazione a varie direttive comunitarie, integra e coordina la normativa, dello stesso tenore, dei decreti presidenziali di portata generale che sono il D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547 norme per la prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro e il D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303 norme generali per l'igiene del lavoro, la cui violazione è contestata all'imputato.

Ha, quindi, affermato questa Corte Sezione 3^, sentenza n. 904/2001, udienza 02/03/2001, RV. 219010 che il decreto n. 626 del 1994, come modificato dal decreto n. 242 del 1966, se, da una parte, non abroga espressamente le singole prescrizioni previgenti, dall'altra, introduce categorie e istituti generali che sostituiscono, modificano e accrescono quelli definiti dai precedenti decreti n. 547 del 1955 e n. 303 del 1955, precisando, per quel che interessa, la nozione di datore di lavoro nel senso che "per le violazioni delle norme di sicurezza e d'igiene stabilite nei decreti n. 547 del 1955 e n. 303 del 1956 si deve fare riferimento alla nozione di datore di lavoro definita dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 2, lett. b), nonché al contenuto degli obblighi prevenzionali che lo stesso decreto stabilisce per i singoli soggetti obbligati".

Pertanto, il soggetto destinatario delle norme contestate all'imputato è il "datore di lavoro titolare delle obbligazioni prevenzionali più importanti in materia d'igiene dei locali" e di sicurezza del lavoro, cui sono rivolte le prescrizione per proteggere i locali da temperature eccessivamente basse o elevate e per assicurare soddisfacenti condizioni d'igiene e di sicurezza.

Sussiste, quindi, responsabilità penale, quanto meno, per colpa se il datore di lavoro non adotti le misure atte a prevenire l'inquinamento dell'ambiente di lavoro e pericoli o danni al personale addetto e se non assolva l'onere di provare che il servizio di prevenzione sia funzionante e che ad esso sia preposto un dirigente responsabile.

Tanto premesso, va rilevato che il D.Lgs. n. 299 del 1999 prevede che le U.S.L. si costituiscano in aziende con personalità giuridica pubblica e autonomia imprenditoriale e che la loro organizzazione e funzionamento siano disciplinati con atto aziendale di diritto privato nel rispetto dei principi e criteri previsti dalle norme regionali.

Organi dell'azienda sono il direttore generale e il collegio sindacale art. 3 che ha modificato il corrispondente articolo del D.Lgs. n. 502 del 1992.

Il direttore amministrativo e il direttore sanitario "partecipano, unitamente al direttore generale, che ne ha la responsabilità, alla direzione dell'azienda... ed assumono diretta responsabilità delle funzioni attribuite alla loro competenza" (citato art. 3, comma 1 quinquies).

Sulla base di tale quadro normativo, recepito nell'atto aziendale dell'azienda ospedaliera (OMISSIS), il direttore generale si colloca in una posizione apicale in quanto "responsabile della gestione complessiva... rappresenta il vertice dell'organizzazione aziendale... esercita tutti i poteri di gestione, programmazione ed indirizzo... ha la rappresentanza legale dell'azienda... rappresenta l'azienda all'esterno, ma può per precise ed individuate materie, delegare a dirigenti e a collaboratori, la rappresentanza della stessa... adotta e sottoscrive tutti gli atti di gestione dell'azienda, eccezione fatta per quelli delegati a singoli dirigenti o collaboratori con apposito provvedimento... nomina i responsabili delle gestioni aziendali determinando la posizione di ruolo dei diversi dirigenti", sicché, quando non sia normativamente previsto che precise e specifiche materie siano attribuite alla competenza di determinati dirigenti ovvero, se in ordine alla gestione delle stesse non sia intervenuta delega da parte del direttore generale, è costui, a tenore dell'atto aziendale, tenuto a rispondere, quanto meno a titolo di colpa, delle violazione delle prescrizioni in tema d'igiene e di sicurezza del lavoro, in quanto il destinatario delle relative norme.

Nel caso in esame la responsabilità è stata correttamente affermata sia perché l'imputato, quale organo apicale dell'ente, nonché datore di lavoro, aveva assunto una posizione di garanzia dell'osservanza delle doverose cautele prescritte dalle norme sopraindicate sia per l'omesso rilascio di valida delega nelle materie in questione ad altri dirigenti.

Solo apparentemente difformi da tali principi sono le decisioni di questa Corte RV. 207033 Cassazione Sezione 3^, n. 1129871996:

Nell'ambito dell'legislazione antinfortunistica, nella quale può ricomprendersi quella di tutela dell'igiene sul lavoro, chi è addetto alla vigilanza dell'attività lavorativa assume la posizione di garante dell'osservanza delle norme sopra indicate.

In particolare, nell'ambito della U.S.L., al direttore sanitario spetta la vigilanza e l'organizzazione tecnico-sanitaria, mentre al Presidente della stessa o al Commissario Regionale rompete il controllo su tutta l'organizzazione amministrativa e gestionale;

RV. 192726 Cassazione Sezione 3^ n. 511/1993: Ai fini della distinzione della responsabilità penale nella Unità Sanitaria Locale, al direttore sanitario spetta la vigilanza igienico- sanitaria, nonché l'organizzazione tecnico-sanitaria; al presidente della stessa compete il controllo su tutta l'organizzazione amministrativa e gestionale. (Nella specie la Corte ha applicato il suddetto principio in tema di igiene alimentare e del lavoro, tutela delle acque dall'inquinamento, smaltimento di rifiuti);

RV. 211336 Cassazione Sezione 3^ n. 7570/1998: In tema di igiene del lavoro regolamentata dal D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303 la qualifica di dirigente tenuto all'osservanza delle disposizioni in questione va attribuita al direttore sanitario di un ospedale relativamente al rispetto delle norme nell'ambito della struttura ospedaliera perché la motivazione prescinde del tutto dall'esame della normativa introdotta con il D.Lgs. n. 626 del 1994 e D.Lgs. n. 242 del 1996.

La concessione da parte dell'ispettore dell'ASL al direttore sanitario di una proroga di 30 giorni per l'esecuzione d'interventi ripristinatori non incide sull'accertata tenutezza del datore di lavoro ad assicurare l'adempimento degli obblighi normativamente posti a suo carico.

Anche il secondo motivo è infondato.

Le testimonianze de relato, che riferiscono fatti non direttamente percepiti dal teste, ma conosciuti attraverso altre persone, possono essere utilizzate e prudentemente valutate dal Giudice ai sensi dell'art. 192 c.p.p., salvo che una delle parti richieda di esaminare anche il teste diretto e il Giudice non abbia disposto l'assunzione della prova, a meno che questa risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità (art. 195, comma 3).

L'inutilizzabilità della testimonianza indiretta si configura, quindi, solo se sia disattesa l'espressa richiesta di parte d'audizione dei testi di riferimento (Cass. RV. 212504) perché, in tal caso, sulla testimonianza non può esercitarsi un controllo di verosimiglianza completo in ordine a tutti gli aspetti del fatto da provare.

Poiché, nella specie, la difesa non ha chiesto l'esame del teste diretto, è utilizzabile la testimonianza del teste de relato.

Il terzo motivo relativo alla sussistenza delle violazioni contestate, è inammissibile perché propone doglianze in fatto su questioni che i giudici di merito hanno deciso con congrua motivazione.

Non possono infatti, avere rilevanza in questa sede le vantazioni del fatto, diverse da quella adottata dal Giudice di merito, proposte dalla difesa perché il controllo di legittimità non può investire l'intrinseca adeguatezza della valutazione dei risultati probatori, riservata al giudizio di merito, nè la loro rispondenza alle effettive acquisizioni processuali.

Il rigetto del ricorso comporta condanna al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Così deciso in Roma, nella Pubblica udienza, il 10 gennaio 2006.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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