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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAOLO FATTORI Presidente

1. Dott. TATOZZI GIANFRANCO Consigliere

2. Dott. SAVINO VITO Consigliere

3. Dott. ROMIS VINCENZO Consigliere

4. Dott. SEPE PAOLO Consigliere

 

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

 

sul ricorso proposto da:

1) C. P. n. il 16.02.1944

2) U. A. n. il 24.04.1925 avverso la sentenza del 5.03.1999

 

Visti gli atti, la sentenza denunziata ed il ricorso,

Udita in pubblica udienza la relazione fatta dal Consigliere TATOZZI GIANFRANCO

Udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore Generale dott. M. Materia che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;

Uditi i difensori Avv.Ti Lancellotti per U. e Merluzzi per C..

 

Svolgimento del processo

1. Nel corso di lavori di pulitura di una macchina impastatrice dello stabilimento della Soc. P., il dipendente D. M. G. accedeva con una mano, attraverso uno sportello, alla zona della macchina ove era sita la valvola sottovuoto per eliminare eventuali residui di lavorazione; la valvola rotante che era in funzione cagionava al D. M. lesioni.

Si procedeva pertanto per il delitto di lesioni colpose nei confronti di C. Paolo, amministratore delegato della società proprietaria del pastificio, di V. A., capo reparto della produzione ed U. A. che svolgeva funzioni di consulente della proprietà, ed il Pretore di Roma dichiarava tutti gli imputati colpevoli del reato ad essi ascritto.

A seguito dell'appello, la Corte di Appello di Roma in parziale riforma della sentenza di primo grado il 5.3.1999 assolveva il V. per non avere commesso il fatto confermando la condanna degli altri imputati.

In particolare la Corte di merito rilevava che la macchina impastatrice era dotata di un quadro di comando generale per il funzionamento automatico o manuale dotato di pulsanti indicanti regolarmente la posizione di acceso o spento; tuttavia tale quadro era posto a notevole distanza dalla parte della impastatrice interessata dall'incidente per cui esistevano altri pulsanti in sequenza su quest'ultima per regolarne il funzionamento che risultavano irregolari in quanto non indicanti chiaramente, come richiesto dall'art. 292 D.P.R. 547-55, le posizioni di inserimento o di distacco.

Conseguentemente il D. M., nella erronea convinzione di avere bloccato il funzionamento della valvola sottovuoto che invece continuava a funzionare senza provocare alcun rumore, sollevava il coperchio della botola inserendovi la mano che entrava in contatto con la lama rotante.

Destinatari della specifica normativa antinfortunistica che risultava violata dovevano considerarsi sia l'Amministratore delegato C., in qualità di datore di lavoro, come tale tenuto al rispetto di essa, sia l'U. che, pur non facendo parte dell'organico aziendale, aveva, tuttavia assunto mansioni corrispondenti a quelle di un dirigente di fatto.

2. Avverso la sentenza della Corte di Appello propongono ricorso per Cassazione sia il C. che l'U. chiedendone l'annullamento.

Con il primo motivo il C. deduce la illogicità della motivazione della sentenza in relazione alla sequenza degli avvenimenti ricostruita sulla base della affermazione della parte offesa, di avere agito sulla pulsantiera secondaria per arrestare il funzionamento della macchina, in realtà errata, come dimostrato dall'esame di questa dopo l'infortunio che evidenziava come tutti i comandi fossero perfettamente funzionanti; la constatazione dell'errato ricordo del D. M. avrebbe dovuto indurre i giudici del merito ad escludere ogni nesso causale tra la colpa ritenuta e l'incidente, giacché la parte lesa omise ogni controllo del quadro generale, attraverso il quale avrebbe avuto certezza in ordine allo stato della macchina ed adottando così un comportamento straordinariamente imprudente.

In relazione a quest'ultimo rilievo, il C. deduce, con il secondo motivo di ricorso, la mancata assunzione di una prova decisiva; era stata infatti richiesta, sia in primo che in secondo grado, una ispezione dei luoghi che avrebbe consentito di accertare la dislocazione dei diversi comandi, la conseguente possibilità di controllare il quadro generale da parte del D. M. e le ordinarie modalità delle operazioni di manutenzione e pulitura.

Con l'ultimo motivo il C. denuncia la contraddittorietà della motivazione con la quale è stata ritenuta la permanenza a suo carico degli obblighi antinfortunistici nonostante il contestuale riconoscimento dell'omnivalenza dello incarico conferito all'U..

3. Dal canto suo e l'altro ricorrente U. deduce con il primo motivo la violazione dell'art. 40 C.P.: l'assunzione della posizione di garanzia in relazione alla quale è stata affermata la sua responsabilità discende, secondo la sentenza impugnata, dalle concrete funzioni dirigenziali che, sulla base di quanto riferito da alcuni testi, egli avrebbe espletato nell'ambito aziendale; tuttavia nessuna fonte avrebbe indicato condotte tali da concretare una indiscussa ingerenza nello specifico settore della organizzazione del lavoro e della sua sicurezza idonea a ricondurre il consulente nell'ambito della posizione di garanzia spettante in materia al solo datore di lavoro; la motivazione è quindi apparente ed apodittica.

Con il secondo motivo l'U. denunzia la mancanza di motivazione in punto di nesso causale tra la condotta omissiva, sia pure erroneamente, attribuitogli, e l'evento lesivo.

I giudici avrebbero dovuto specificatamente accertare se tale nesso non potesse considerarsi interrotto, ai sensi dell'art. 41 C.P., dal comportamento anomalo della vittima.

Nella sentenza impugnata non solo tale punto sarebbe stato liquidato sulla base dell'asserita assenza nel comportamento della vittima dei caratteri della eccezionalità, imprevedibilità e straordinarietà, ma mancherebbe un esame specifico della incidenza sull'evento della condotta che l'U. avrebbe dovuto tenere indipendentemente, come richiesto dalla giurisprudenza, da quella di altri titolari di posizione di garanzia.

Con l'ultimo motivo il ricorrente lamenta infine la mancanza di ogni motivazione riguardante la colpa in quanto non risulta indicata la condotta specifica che egli avrebbe dovuto tenere rispetto a quanto imposto dalla normativa antinfortunistica.

 

Motivi della decisione

1. Il ricorso del C. è del tutto infondato con riguardo a tutti i motivi in cui si articola il gravame che perciò deve essere rigettato.

L'assunto argomentativo attraverso il quale i giudici del merito sono pervenuti all'affermazione di responsabilità dell'amministratore delegato della società proprietaria del pastificio nel quale avvenne l'incidente si articola su una serie di punti fermi così riassumibili: a) il D. M. riportò le lesioni per essere, dopo avere aperta la botola che consentiva l'accesso alla valvola sottovuoto nell'erroneo convincimento che quella parte della macchina fosse in blocco, entrato in contatto con le lame ruotanti; b) l'erroneo convincimento del dipendente circa la posizione di blocco del macchinario era dipeso dallo stato dei dispositivi di comando complessi che, accanto ad un quadro generale con pulsanti chiaramente recanti le indicazioni di inserimento e di arresto posto a distanza dal luogo in cui agiva l'operatore, vedeva installato in sequenza una ulteriore pulsantiera, più immediatamente accessibile, che era risultata priva di analoghi idonee indicazioni pure previste, come per il quadro generale, dallo art. 292 D.P.R. 547-55; c) la inosservanza di quest'ultima disposizione costituitva (*) in colpa i destinatari della normativa antinfortunistica ed aveva rappresentato la causa dello evento lesivo conseguito all'erroneo convincimento del D. M. di operare con macchinario fermo, nè il relativo nesso eziologico poteva ritenersi escluso dalla condotta imprudente della vittima, che pure avrebbe potuto accertarsi, attraverso il quadro centrale, del reale stato della impastatrice, non avendo che i caratteri della imprevedibilità straordinarietà ed eccezionalità propri della causa sopravvenuta assorbente; d) rivestendo il C. la qualifica di amministratore della società P., e quindi di datore di lavoro tenuto alla osservanza delle cautele antinfortunistiche annesse e non risultando che fosse stato sostituito da altri, in virtù di specifica delega, nella tutela della sicurezza del lavoro, lo stesso doveva considerarsi responsabile delle lesioni.

Lo schema argomentativo richiamato consente di escludere vizi nella motivazione adottata dalla Corte di merito che ha operato la ricostruzione della dinamica dello infortunio sulla base della caratteristica dei dispositivi di avvio ed arresto della impastatrice e del suo funzionamento quale riferito dai testi, e sostanzialmente non contraddetto dalla difesa degli imputati, e del ricordo della parte lesa convinta di operare con macchina ferma, avendo azionato la pulsantiera secondaria, convincimento risultato erroneo alla luce degli eventi successivi e spiegabile con la accertata assenza di chiare indicazioni sui pulsanti.

Il ragionamento della Corte, diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, non ha assunto come reale il convincimento riferito dalla parte lesa i ma lo ha invece ritenuto erroneo i per cui non sussiste la illogicità denunziata con il primo motivo di gravame. Anche la mancata assunzione di prova decisiva addotta in relazione all'espletamento, richiesto e non ammesso, di una ispezione dei luoghi, è priva di fondamento in quanto lo stesso ricorrente non specifica quali elementi sarebbe stato possibile acquisire, in contrasto con quanto descritto dai testi, tali da condurre ad una decisione diversa da quella adottata.

Infatti l'error in procedendo denunziabile ex art. 606, lett. d) C.P.P. rileva soltanto quando la prova richiesta e non ammessa risulti decisiva, cioè tale che, se esperita, avrebbe potuto determinare una diversa decisione (Cass. II, n. 5890, del 22.5.95).

Nella specie non solo non risulta evidente tale decisività ma lo stesso ricorrente non è in grado neppure di prospettarla in tesi.

Anche il punto della motivazione relativo alla esclusione della imprudente comportamento della vittima, che prima di introdurre la mano nel vano della valvola sottovuoto non controllò il quadro generale facendo invece affidamento sulla pulsantiera più prossima, come causa sopravvenuta idonea ex art. 412 c. 1 C.P. ad incidere sul nesso causale, risulta immune dalle censure avanzate dalla difesa del C.. In materia antinfortunistica in ambito lavorativo infatti le disposizioni normative specifiche sono dettate per tutelare il dipendente anche da comportamenti imprudenti che egli possa adottare, per cui questi ultimi intanto possono assumere carattere eziologico assorbente rispetto all'evento in quanto siano talmente anomali ed imprevedibili rispetto alle esigenze dell'attività lavorativa da apparire sostanzialmente avulsi dal processo produttivo.

Non può certo considerarsi tale la condotta di un dipendente che, come nella specie, per fermare la macchina per esigenze di manutenzione abbia fatto ricorso ai pulsanti più prossimi, risultati irregolari i anziché avvalersi di quelli dotati di indicazioni più chiare ma posti ad alcuni metri di distanza.

Altrimenti verrebbe da chiedersi la ragione della presenza di una pluralità di dispositivi di avvio e di arresto. Quanto alla pretesa contraddittorietà delle contestuale affermazione di responsabilità del C. e dell'U., essa sarebbe fondata se la sentenza impugnata avesse comunque riconosciuto un trasferimento della posizione di garanzia relativa alla sicurezza del lavoro dal primo al secondo: in realtà la Corte di merito ha affermato l'obbligo solidale di entrambi all'osservanza della normativa antinfortunistica violata individuandone la fonte, per l'uno, nella qualifica rivestita nell'organigramma societario, per l'altro, nella assunzione in via di fatto di mansioni dirigenziali; in tale contesto, ben sono ammissibili in tesi responsabilità concorrenti, seppure con identico contenuto, per cui quella del C. non risulta influenzata dall'altra.

2. La validità logica e giuridica delle argomentazioni esposte nella sentenza impugnata per individuare la colposa ammissione dei titolari della posizione di garanzia in merito all'osservanza del disposto di cui all'art. 292 D.P.R. 547-55, il nesso causale tra tale colpa omissiva e l'evento, già rilevato per il C. o valgono anche riguardo all'U. essendo essi accomunati riguardo a tali profili dalla comune responsabilità ritenute dai giudici del merito. Se entrambi erano partecipi di una identica posizione di garanzia, gli argomenti per qualificare la condotta come colposa e per individuarne il nesso causale con l'evento non possono che essere comuni.

Ciò vale ad escludere la fondatezza di tutte le altre censure mosse dall'U. alla sentenza impugnata ad eccezione di quella attinente alla collocazione soggettiva dell'U. nell'ambito aziendale cui la sentenza impugnata ricollega la identificazione anche in capo al medesimo, oltreché al C., di una posizione di garanzia tale da obbligarlo al rispetto delle cautele antinfortunistiche risultate inosservate.

La sentenza impugnata, dopo avere dato atto che l'U., dottore commercialista, aveva la veste formale di semplice consulente esterno soprattutto dedito ad affiancare l'Amministratore per la soluzione dei problemi finanziari e commerciali della azienda, sostiene tuttavia che egli, sulla base di quanto riferito da alcuni testi, aveva di fatto assunto mansioni dirigenziali generali: faceva le veci del C., procedeva a contattare le aziende per mezzi tecnici e macchinari, interloquiva anche su problemi tecnici e sul funzionamento del reparto di produzione, era il principale interlocutore per questioni di miglioramenti o lavori da eseguire, per gli investimenti richiesti per l'acquisto di nuovi pezzi, una volta si era occupato di problemi fonometrici comportanti la soluzione di problematiche tecniche.

In proposito va osservato che come ritenuto da una specifica corrente giurisprudenziale, anche un estraneo allo organigramma aziendale può assumere - nello specifico un consulente esterno - la figura di dirigente, come tale destinatario esclusivo o concorrente del rispetto della normativa antinfortunistica, tuttavia occorre un esame rigoroso dei comportamenti concretamente e costantemente tenuti con speciale riguardo alla sicurezza degli impianti e del lavoro.

Occorre cioè che siano rintracciabili condotte dalle quali, per ricorrenza, costanza e specificità, possa desumersi che l'esterno abbia svolto funzioni dirigenziali, come tali riconosciute da tutti in ambito aziendale, anche nel campo della sicurezza del lavoro con poteri decisionali al riguardo.

Non è pertanto sufficiente per l'autoassunzione di posizioni di garanzia fonte di responsabilità, l'interessamento, accanto alla consulenza aziendale generale in materia finanziaria e commerciale, a problemi tecnici comuni con quest'ultima, ma sono necessari elementi idonei a dimostrare che il consulente abbia, andando al di là dei propri compiti contrattuali, trasformato in concreto questi ultimi fino ad essere ed apparire ai garantiti come un effettivo dirigente nella esplicazione di funzioni sovraordinate capaci di incidere significativamente nella complessiva organizzazione dell'azienda e specificamente nell'ambito proprio della sicurezza del lavoro.

Le indicazioni al riguardo fornite dalla sentenza impugnata appaiono insufficienti a fondare l'asserita assunzione di posizione di garanzia da parte dell'U., accanto a quella del C., fonte di responsabilità per l'evento lesivo in danno del D. M., giacché in gran parte riferibili all'ambito della problematica soprattutto finanziaria e commerciale - oggetto della consulenza esterna - e solo di riflesso dotate di ricadute indirette sulla organizzazione e sicurezza del lavoro.

Conseguentemente la conclusiva affermazione secondo cui l'U. ebbe di fatto ad esercitare mansioni corrispondenti a quelle dirigenziali è sostanzialmente priva di congrua motivazione, per cui la sentenza impugnata deve essere, nei limiti indicati, annullata con rinvio alla Corte di Appello per nuovo esame alla luce del principio di diritto richiamato circa le condizioni necessarie perché ad un consulente esterno all'azienda possa essere riconosciuto, con le responsabilità conseguenti la qualifica di destinatario della normativa antinfortunistica e di contitolare della relativa posizione di garanzia.

 

p.q.m.

LA CORTE

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di U. A. e rinvia per nuovo esame alla Corte di Appello di Roma, altra sezione.

Rigetta il ricorso del C. che condanna al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma il 23.2.2000.

 

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 23 MAR. 2000.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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